Wabi-sabi
Il senso di transitorietà delle cose, il tempo che passa e che inevitabilmente tutto cambia e rinnova è alla base del concetto giapponese di Wabi-sabi, concetti in origine religiosi che hanno poi abbracciato un modo di sentire e di costruire tipicamente giapponese. I termini rimandano alla solitudine della vita immersi nella natura e al concetto di povero, freddo. Nella loro accezione riconosciuta wabi sta a indicare la semplicità rustica e il silenzio, si identifica allora con l’eleganza mai ostentata, con la raffinatezza, mentre sabi rimanda alla serenità che solo l’invecchiamento può portare e quindi al valore dell’usura degli oggetti come metro del loro invecchiare.
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Una sorta di unicità degli oggetti che nella loro specifica età e percorso si identificano con un qualcosa che rende grande il concetto stesso di tempo. Alcuni traducono l’espressione con “bellezza triste”, altri sottolineano il carattere trascendetela che hanno, inteso come liberazione dalle cose del mondo che il buddismo Mayahana persegue. Analizzare i termini è però fuorviante, essendo la strada verso la comprensione priva di linguaggio. Tutto é wabi-sabi perché é un atteggiamento, una predisposizione dell’anima a individuare la bellezza nelle piccole cose, spogliandole dai loro contorni materiali e cogliendone la vera essenza. Sono i luoghi e gli oggetti materiali e non che offrono un’esperienza sensoriale eccezionale che nell’ammirazione dell’imperfetto trova la comprensione della perfezione. La stessa concezione la si ritrova nelle costruzioni di edifici che si affidano ai materiali grezzi, alle superfici corrose, agli oggetti rustici e all’assenza di forme geometriche regolari. Un modo di intendere lo spazio che non necessita di ulteriori abbellimenti e decorazioni perché trova la sua armonia nella forma e nel modo della costruzione. La bellezza cioè degli elementi più semplici che combinandosi tra loro danno vita a immagini insolite, complete e originali.




