ore 17:50, l’ora peggiore delle mie giornate. Il tramonto è diventato il momento della stanchezza, l’ora della malinconia, della tristezza, dello scoraggiamento, l’ora della lacrima facile. A calar del sole l’urlo delle ambulanze è più frequente, questo via vai di sirene che inizia dopo pranzo a quest’ora si intensifica. Il tramonto è accompagnato dai bollettini di guerra: da una parte, alle 18:00 quello della protezione civile che ci butta in faccia il dolore dei numeri: i nuovi contagi, i decessi, sempre troppi, oggi quasi 1000. Mille morti in un giorno…una strage! Dall’altra parte ci sono invece i bollettini medici che arrivano dai messaggi degli amici: chi è ricoverato, chi ha un parente grave, o ne ha perso uno, o chi è a casa ma non sta proprio bene bene bene e rimanda al limite il momento della chiamata al 112. Al cambio turno i medici chiamano i parenti dei degenti e fanno il resoconto: sta meglio, sta peggio, intubato, terapia intensiva, mi spiace deceduto, se per caso sei nella parte della Lombardia sbagliata, forse saprai di aver perso un tuo caro solo dopo qualche giorno.

L’ora del tramonto è il momento in cui vorresti solamente stare sul divano in silenzio, da solo, a leggere o a guadare la tv va bene anche spenta, invece, oltre alla tua stanchezza devi gestire anche quella dei tuoi figli, loro, che al contrario tuo, di stare zitti e fermi non ne vogliono sapere. Loro che trasformano lo sfinimento in ogni scusa buona per farsi i dispetti, menarsi, urlare, troppo. E quindi vorresti scappare, uscire, cambiare aria, ma non si può, non più per lo meno. Provi a mettere delle regole, difficile rispettarle, Timo ha tre anni come può capire che se la regola dice “18-19 relax mamma e papà” non deve disturbare e chiamarci in continuazione mentre noi azzardiamo due asana e una meditazione? Li metti tutti e tre nella vasca da bagno, ma dopo una settimana questa tecnica non funziona più, anche l’entusiasmo del mare in casa svanisce.

All’ora del tramonto per avere un po’ di pace l’unica soluzione è incollarli davanti ad un cartone e dopo una giornata di compiti studio, studio e compiti non è un’idea malsana. Alle 18:00 mi affaccio al balconcino, di solito, in questi giorni fa un freddo pazzesco e mi limito a guardare dalla finestra. Gomiti sul davanzale, tenuta inevitabilmente comoda: tuta, oscene Crocs rosa prosciutto e magliette copri rotoli. Valerio, il dirimpettaio è appena tornato dal lavoro, a casa lo aspetta Dasy per il giro d’aria e scarico pipì. Michela, l’infermiera scende veloce le scale, si appresta ad andare in ospedale, inizia il turno e la sua nottata sarà molto diversa dalla mia, pronta in prima fila a combattere. Poi c’è Stefano, malaugurato single che vive sotto di noi, ogni volta che lo vedo nel suo giardinetto a cercare di resuscitare un rosmarino secco, non smetto di scusarmi per il casino che facciamo sopra la sua testa e lui sembra molto garbatamente ci dice che non gli diamo noia, anzi, gli fa piacere sentire qualcuno, è sempre così solo.

Avvolta dalla calda luce arancione del tramonto passa sempre la solita la vecchina col cagnolino, oramai esce direttamente in ciabatte, ha una ricrescita importante, una riga grigia netta, la si vede addirittura dall’altra parte della strada. Fa il giro dell’isolato lenta lenta e rientra in casa, fantastico su di lei, sulla sua vita. Chissà se anche lei si lamentava sempre che “non aveva mai tempo per fare quello che voleva e adesso, che di tempo ne ha da vendere, non sa cosa fare per riempirlo?”.

Nell’ora del tramonto quando il sole oramai basso illumina il piano cottura, inizio a cucinare, guardo sulla tabella menù appesa sul frigo cosa prevede la cena. Andiamo al supermercato ogni 14 gg, abbiamo stilato il menu delle prossime settimane, così abbiamo tutto quello che ci serve e non rischiamo di rimanere senza l’ingrediente segreto proprio il giorno del polpettone. Accendo la radio, la spengo, mi da fastidio, mi da fastidio tutto. Chiamo un’amica mentre il grill fa la crosticina sulle lasagne, arrivano le lacrime, mi manca, mi manca lei, come mi manca la mia vecchia vita. Piango per 10 minuti, nemmeno capisco quello che mi sta dicendo, ma sono felice che ci sia lei a scaldare “la cornetta”dall’altra parte.

Tra poco a cena ci racconteremo la cosa bella e la cosa brutta della giornata, incredibile come anche in questa situazione i bambini abbiano sempre cose belle da raccontare. Ti rendi conto che tu fai i salti mortali per renderli felici e a loro a volte basta costruire un elefantino con la scatola delle uova o crearsi un cellulare con tanto di icone “iutiub” e “uazzap”, per essere felici. Al mio turno mi devo sforzare, ma ogni tanto tiro fuori qualcosa di buono pure io, una cosa bella c’è sempre, basta saperla riconoscere e apprezzarla; quasi sempre è legata a loro, i bambini, qualcosa che abbiamo fatto insieme che rimandavamo da tempo o delle idee saltate fuori all’ultimo che hanno riempito il pomeriggio. L’altro giorno la mia cosa bella era la soddisfazione di aver scrostato con successo la griglia del forno col Fornet. Messa male eh?

L’ora del tramonto è anche l’ora del ricongiungimento con Lui. Lui che è stato per buona parte della giornata a pigiare tasti, incollato a un Mac e a guadagnarsi lo stipendio, arriva a me, quella luce in cucina fa brillare i miei occhi bagnati. Mi abbraccia, mi consola, e mi dice Andrà tutto bene…e io gli dico: Col cazzo che andrà tutto bene! Mi capisce, sappiamo a cosa mi riferisco, i timori in questo momento sono gli stessi. Stesse ansie, stessi dubbi stessa impotenza nel pensare, progettare, agire. Apre il frigo e stappa due birre.

Il tramonto e il profumo della birra accendono l’interruttore dei ricordi, quei ricordi che portano lì, a prua, un tagliere di salame e formaggio, olive e una birra gelata, della buona musica che arriva dall’oblò della dinette, il dondolio dolce di un mare che riposa e il sole che cala piano piano all’orizzonte. Era la mia ora preferita quella del tramonto, era il momento della giornata dove la stanchezza trovava riposo, dove la malinconia e la tristezza non avevano spazio. Era l’ora della lacrima facile, quella lacrima di felicità incondizionata, la lacrima della gioia, della gratitudine di essere li con Lui, con Loro, Noi nel nostro mondo, nella nostra dimensione.

Chissà quando avremo ancora la fortuna di rivedere il tramonto con questa prospettiva? Quando il tramonto tornerà ad avere il calore che ha sempre avuto nei miei momenti più belli? Ora affacciata alla finesrra vedo un cielo che sfuma dal blu al rosa, oggi il tramonto è pesanta ma forse, in fondo ha il sapore della speranza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.