‌Ho paura delle onde, qualche tempo fa era del vento, ora, anche se so a memoria la teoria che le barche non si ribaltano e…bla…bla…bla…quasi mai, le onde mi spaventano un sacco. Forse perché ogni anno cerchiamo di spostare l’asticella, affrontando un passettino per volta situazione meteorologiche più impegnative, le onde sono sempre più grosse e il vento più forte. Cosí, come scritto nel mio DNA, le paure le affronto. Ho deciso, sempre nei limiti della sicurezza, di sedermi sulla delfiniera (la parte più a prua pruissima della barca, accanto ad Ernesto, il caprone, per intenderci) e da lì studiare le onde. Guardarle, osservarle mentre battono sullo scafo e vedere come risponde la barca; sentirle sotto le chiappe che mi spingono su su su e poi sentire il vuoto tipo ascensore quando passano sotto la deriva. Sentire la barca che rallenta quando ne prende una grossa e sentire invece che parte veloce veloce quando ne sta surfando un’altra. Sta di fatto che piano piano la paura sta passando, forse.
Ecco, ero li appollaiata vicino al mio caprone, avevamo Ios alle spalle ed eravamo sulla rotta per Folegandros, il mare era leggermente mosso, nulla di impegnativo, guardavo le onde ma cercavo anche con lo sguardo di beccare qualche delfino saltare, per ora non ne abbiamo visto nemmeno uno. Sta di fatto che vedo in fondo all’orizzonte, nella foschia del vento da sud (anomalo in questo periodo), terra. Non aveva però la solita forma sinuosa da isola, non era ne marrone ne beige, come appare la terra in lontananza, aveva come una cresta bianca sopra, come le nostre Prealpi quando sono spruzzate di neve, non capivo, poi realizzo: SANTORINI! Rimango con la bocca aperta per qualche secondo: che spettacolo!!!

Nella famosa vacanza dell’innamoramento, avevamo tirato dritto difronte a quest’isola e non c’eravamo fermati a vederla per un capriccio di una persona dell’equipaggio. “Chi se ne frega” avevo pensato, “con tante isole, anche se saltiamo Santorini…”. Un po’ però negli anni la curiosità di andare in Quell’isola aumentava; le immagini di viaggi, servizi sui giornali di home style, le foto delle vacanze di amici, pinterestate, tutto faceva crescere la voglia di andarci pure io. La sera durante i soliti incontri tra me e il capitano per definire le rotte dei giorni a venire, valutavamo se andare a Santorini o meno. I contro erano parecchi: essendo un cratere di un vulcano i fondali sono profondissimi, gli ormeggi possibili sono lontani e isolati dai villaggi, quindi sarebbe stato impossibile raggiungerli, c’è un solo porto e con poco spazio per le manovre d’ormeggio, e poi essendo l’ultima isola a sud delle Cicladi avremmo dovuto risalire verso nord per raggiungere le altre isole col vento in faccia…e onda, non era cosa invitante, infine il terrore di trovarsi catapultati in un casino di turisti pazzesco, italiani tra l’altro. Però d’altro canto eravamo lì a un tiro di schioppo, stupido non passarci. Per due giorni ogni tanto ci dicevamo “però dai è lì, andiamo!”, “non non possiamo rischiare di andare se c’è vento non abbiamo riparo”, “però sai che bello deve essere stare li sopra il cratere, andiamo!”, “ no sarà pieno di gente, casino, ci torneremo”, e poi cercare sui portolani alternative di ormeggio e poi cercare un volo per andarci da soli a novembre e poi affidare il destino al meteo, se c’è una finestra di F6 NO, F5 SI. La mattina guardiamo il meteo, c’erano 24 ore di calma, per quanto può essere calmo l’Egeo ad agosto, partiamo per Santorini! A bordo qualcuno dorme, qualcuno si rallassa, papà lavora un po’ e noi femmine ci mettiamo lo smalto.

A metà pomeriggio eravamo sotto Oia, il paesino principale, o forse il più famoso. Una parete di roccia rossa e sopra, aggrappate al cratere costruzioni dalle forme non ben definite bianche che accecano. Sui soffitti dei piccoli pati si intravedono i riflessi delle mini piscine, ricavare nei terrazzi o semplicemente da Jacuzzi installate sull’uscio delle camere degli alberghi o studios.

Avevamo letto che c’erano dei gavitelli a cui poter ormeggiare, ne troviamo alcuni, Ste e Iago vanno con il tender a chiedere a dei tizi su un pontiletto che esce da alcune “case”, grotte-garage scavate nella roccia, ma ci riferiscono che i gavitelli messi su quel lato della caldera, sono tutti privati delle varie compagnie di charter che escono di giorno per i tour con i turisti e poi la sera rientrano ai loro ormeggi. Chiediamo poi ad una tizia che spunta dal pozzetto di una barca, simpatica come uno scarpone tirato sui denti, e ci dice che dobbiamo andare sull’isoletta di fronte, Thirasia, alla taverna Capitan John e chiedere a lui. Mentre Ste e Iago erano in tender io giravo con Shibumi con il motore in folle per aspettarli e guardavo il posto pazzesco i cui eravamo, nel cratere di un vulcano, avvolti da una storia iniziata 10.000 anni fa, pareti di roccia rosso ruggine e marrone altre più di 300 mt, che disegnano un arco nel mare blu. Al centro della caldera (cratere) le isolette Kameni dove si può camminare tra le ceneri dell’antico cratere, poi la sorella minore di Thira, Thirasia, creatasi dopo una potente eruzione nel 1650 a.c., il solito cielo blu e il mare che ti da la percezione della sua profondità solo a vedere il suo colore cosi intenso. Nella caldera non ci sono spiagge, il fondale
scende subito ripido ripido, ma i colori che restituisce nei primi metri dalla riva sono incantevoli.


Andiamo alla ricerca di Captain John e con la gentilezza che contraddistingue i greci, ci da il suo gavitello spostando la sua barca (non proprio regalato 25€) ma niente a confronto dei prezzi italiani; un paio di manovre e siamo ormeggiati a Santorini, non mi sembrava vero! La nostra poppa era a qualche metro dalla riva, pesci neri, il fondale che si vedeva ad occhio nudo, poi sopra di noi una montagna di rocce rosse e nere che si alzava alta alta e qualche fico d’india, gabbiani e corvi che si facevano sentire senza sosta forse anche qualche rapace, raglio di muli echeggiavano nella baia, sulla sinistra una strada bianca serpeggiava sulla rupe perdendosi nel paesino, rigorosamente bianco, arroccato sul crinale, una meraviglia.

Il tempo passava e non volevamo perderci il famoso tramonto che si vede da Oia, cosi chiediamo se ci sono mezzi per andare di là, l’ultimo traghettino partiva alle 17:00, bene, le alternative: andare in tender, o stare a casa. Mettiamo i nostri vestiti da serata mondana in un sacchetto di plastica per evitare che si bagnino con le onde e in mutande saliamo in tender. Dopo 20 minuti da brivido, noi piccoli piccoli dentro il nostre Caronte, attraversiamo la caldera, il vento per fortuna era clemente a quell’orario e le onde erano solo quelle create dalle crociere che facevano avanti indietro.

Arriviamo sotto le casette aggrappate alla roccia, ormeggiamo il tender tra barchini di pescatori e in mutante scendiamo sul molo, sotto gli occhi attoniti di vacanzieri dal 730 da brivido. Nina era gasata dall’idea di andare fino lassù sulla groppa di un asinello, percorrendo la mulattiera fatta di lunghi scalini a precipizio sul mare, cosi andiamo alla partenza dei ciuchini. Visti da vicino però l’avevano terrorizzata al punto tale che decide di andare a piedi. Nel frattempo però si era esaltato Timo e voleva andarci lui, ma ovviamente non poteva andare da solo e nemmeno con Iago perché era troppo piccolo, Stefano non ne voleva sapere, insomma, la sottscritta armata di vestito bianco e sandaletti monta sul mulo parte. Ecco diciamo che quel povero asino si è beccato tante di quelle maledizioni che se le ricorderà per tutta la vita breve che gli rimane. Già avevo le vertigini a potenziale zero, figuriamoci dall’alto di quel coso che camminava vicino vicino al bordo della mulattiera per lasciare spazio, quello protetto vicino al montagna, ai turisti. Timo era un mix di goduria e paura, Iago ad un certo punto urla “fermate questo coso voglio scendere!!!” perché il suo mulo aveva preso un tupic (inciampato) e per un attimo si è visto spiaccicato sugli scogli di sotto. Arriviamo alla fine della calvario, un’ammasso di turisti sedevano appollaiati sui gradini con il cellulare in mano in attesa del tramonto a cui però mancavano ancora 90 minuti….io scendendo dall’animale un po’ impacciata col mio vestitinosuccinto faccio vedere tutte le mie beltà al pubblico non pagante, pago invece il mulaio (24€…si era tenuti anche quelli dell’asino di Nina) e andiamo, non sapendo bene dove, ma la strada era una.

Appena ho girato le spalle per guardare indietro, e sotto, non mi sono stupita di vedere quello che tanto avevo visto nelle foto: orgie di muretti, terrazze, volte, cupole, scale, piscine e tavolini sospesi nel vuoto, tutto rigorosamente bianco con qualche lancè di turchese delle piscinette vasche da bagno. Il tempo per fermarsi e fare una foto era di mezzo secondo perchè la fiumana di persone appena uscite da gioiellieri strozzini, concept store e resort a 5 stelle, ti travolgeva ignara del tuo braccio allungato per rubare uno scatto al panorama.

Nel fiume umano riconoscevo principalmente tre lingue, il russo, il romano e il milanese. Profumi di Chanel e Dior, toglievano la scena agli aromi di liquirizia e origano che oramai erano installati nei miei ricettori olfattivi. Abiti estivi improponibili, quelli che in città non metteresti mai perché sembreresti una tenda di palazzo Reale, si impigliavano in collane sfarzose o nelle macchine fotografiche di qualche giapponese finito li per caso. Non sapevamo bene dove andare e soprattutto cosa ci facevamo lì, ah si il tramonto! era il tramonto che dovevamo seguire, quindi proseguiamo per la mail street verso ovest. 150 cm di larghezza, umani schiacciati a sandwich tra pareti di ex case affascinanti, tutte rigorosamente perfettamente bianche senza una sbavatura, senza una scheggiatura, lisce nuove di pongo.

L’immagine che più mi ha lasciato senza parole è stata vedere un tipo, belloccio, bermuda cargo beige, camicia bianca e mocassino, (la divisa del borghese in vacanza) seduto sulla sua sedia da regista rigorosamente bianca, un’altra accanto a lui vuota, un tavolino con due calici di vino, e sigarette, tutto appoggiato su un piano di cemento a sbuffo sul mare da una parte e dall’altra a 1 mt dalla strada principale. 50 telefonini si immobilizzavano davanti a questa scena, lui che stava aspettando la dolce metà, il sesso qui non conta uomo o donna che sia, era evidentemente imbarazzato e a disagio.

Molto probabilmente quando ha prenotato le vacanze l’agenzia gli aveva solo sventolato il relax unico e irresistibile di cui avrebbe potuto godere da quel terrazzino, senza mostrare anche il lato B. ma come si fa? perché mi chiedo perché? Ragazze perizoma che si fanno selfie con le bocche gonfie di botulismo a culo di gallina sui sunbeds sotto gli occhi di tutti, perché li non esiste privacy, o forse non cerchi se scegli di andare lì, sei alle mercè di ogni turista curioso, tipo io. Negozi grandi con la mia doccia di casa, locali italianizzati, con poltrone, sdraio e dettagli di design, una borghesia arrogante che metteva in imbarazzo pure quel mare blu e quel cielo arancio che piano piano avvolgeva tutto.

Il punto più bello da dove vedere il tramonto (come se gli altri facessero schifo) è la vecchia rocca veneziana, ma era inaccessibile perché la gente da ore si era conquistata il posto in prima fila. La paura di perdere Timo, gli altri due affamati, la mia adrenalina per voler fotografare tutto e la voglia di Ste di essere teletrasportato in barca all’istante ci hanno fatto desistere, fanciullo il tramonto. Prendiamo una viuzza a caso basta che sia in discesa e in un attimo ci vediamo davanti uno spettacolo stupendo, il sole arancio che scende dietro il mulino, isole in lontananza che controluce sono nere e sembrano coccodrilli in attesa della preda, le pareti delle case intorno a noi riflettevano l’arancio, il giallo e tutte le sfumature calde che un Pantone può contenere, il crinale della caldera sembra il grafismo di un bambino in prima elementare, però nero su foglio corallo, stupendo, da lontano parte il tradizionale applauso di quando il sole tocca il mare all’orizzonte, se a tutto quello si togliesse il lato turistico sarebbe davvero uno delle meraviglie della natura. Io mi arrampico su un muretto e mi incastro tra reti arrugginite e sterpaglie per rubare anche io uno scatto.

Scendiamo veloci dall’unica strada carrabile che porta al porticciolo da dove siamo partiti, scooter, quad, jeppini, auto a noleggio, tutti che sfrecciano, suonano, un groviglio di tubi di scappamento a cui non siamo abituati da un bel pezzo. Arriviamo al nostro tender “tanne tanne”, decidiamo di non farci spennare dai ristoranti di Oia, preferiamo un pita da capitan John di fronte a Schibumi, e soprattutto dovevamo approfittare della poca luce che il sole ci regalava per evitare di fare la traversata al buio pesto, tra navi da crociera e yacht. Ci voltiamo e lo scenario rapisce di giorno come di notte! (per ovvi motivi foto un po’ mossa)

Nella baia di Thirasia tutto è spento e silenzioso, OFF. Ci chiediamo che fine hanno fatto il localini, le taverne, i bar, che di giorno animano la baia. Tutto è spettrale, barconi turisti riposano legati alle loro boe, gatti che dormono sulle sedie impagliate, luci fioche, silenzio totale anche il mare e il vento si sono fermati. Scendiamo a terra per vedere da vicino se magari da qualle luci tristi e deboli che arrivano dal fondo delle cucine, qualcuno ci può preparare qualcosa da mettere sotto i denti. Un bancone con dietro un gyros che gira, nella penombra un tavolo con 8,9 persone che chiacchierano davanti a un bicchiere di vino, saranno i capitani dei barconi con le loro mogli, oppure qualche pescatore che abita li sulla riva, che si gode un meritato riposo dopo lo snervante via vai dei vacanzieri. Ci sfamano, 5 pita serviti con un bel sorriso e gentilezza anche se l’ora era oramai tarda. Torniamo a bordo e accompagnati dal frenire dei grilli ci addormentiamo.

Le spiagge a Santorini non sono molte, le più gettonate sono la bianca e la rossa, come la pizze. Prima di lasciare il nostro gavitello, ci facciamo un bagno con i pesciolini neri e sotto lo sguardo curioso di un catamarano, turistico ormeggiato a 5 mt da noi. Io ero pronta a tuffarmi, prima però doveva entrare in acqua Pepper. Siamo a poppa, io le dico “uno, due….” non arrivo a tre che lei si lancia, ma non in acqua, ha fatto un salto per entrare nel tender legato a 3 mt da noi, scivola sul tubolare si schianta con le zampe e il muso tra il motore e il serbatoio delle benzina. Dal catamarano arriva un urlo”ooohohhohoh” io sbalordita le urlo “ma sei scema??”, Stefano mi sgrida, dicendo che è colpa mia….va bhe…sta bene, sana e salva e nemmeno un graffio. fiuuuu
Molliamo gli ormeggi e andiamo alla spiaggia rossa, passiamo la bianca che non ci attirava più di tanto perché erano talmente tanti i catamarani alla fonda che coprivano la costa e non avevamo voglia di incasinarci a dare ancora li in mezzo. La spiaggia rossa spacca, un mix di colori spettacolari, rosso ruggine solo quel tratto di costa di al max 300 mt, il nero dei ciottoli di roccia lavica e che rotolavano tra le onde del bagnasciuga, di un mare color ottanio blu, bellissimo. giusto il tempo di un bagno però non di piu perché il vento si stava alzando e la sosta a Santorini doveva terminare.

Per la sua conformazione, per la sua storia, per i suoi colori sicuramente è un’isola che merita di essere visitata, certamente non nei periodi estivi perché il turismo così invadente e superbo, mette in ombra tutto quello che di bello quest’isola può regalare. Avremmo voluto visitare il museo archeologico: micenei, bizantini, dori, veneziani….un sacco di civiltà sono passate da queste parti, ognuna di esse ha lasciato una parte della loro storia della loro cultura, e poi ci sarebbe stata la camminata nel vecchio cratere, o il giro per le viuzze strette e bianche degli altri paesi dell’isola, meno modaioli ma non per questo meno affascinanti, anche loro abbracciarti al crinale del cratere. Mi piacerebbe ritornarci, non in barca, non in estate, per poter assaporare la parte genuina che quest’isola, come del resto tutte le cicladi, dona a chi decide di viverla.
Il vero unico tramonto che ho visto è stato quello della curiosità della gente di vedere luoghi con gli occhi di viaggiatore e non di vacanziere, il tramonto dell’apprezzare la semplicità delle cose, il prevaricare sempre e comunque sul passato, calpestarlo con un resort di lusso, o mode forzate, voler svecchiare a tutti i costi, quando in realtà è proprio il “vecchio” che rende questi paesaggi, queste isole cosi uniche nella loro semplicità. Arrivederci Santorini!

One Reply to “Santorini si o Santorini no??”

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